Chi sceglie un pacco di pasta biologica, di solito, si chiede come è stato coltivato il grano: senza pesticidi di sintesi, senza concimi chimici, ruotando le colture. Quasi nessuno si chiede da quale seme sia nato.
Cos’è il bio breeding, in parole semplici
Da quando esiste l’agricoltura, chi coltiva fa la stessa cosa: tiene da parte i semi delle piante migliori e li semina l’anno dopo. Poi ha imparato a incrociare, cioè a portare il polline di una pianta sul fiore di un’altra, per avere figli che uniscano le qualità dei due genitori.
Il bio breeding — in inglese organic plant breeding — è questo stesso mestiere, con due regole in più.
- Tutto avviene in campi biologici, dall’incrocio all’ultima prova. Una pianta che cresce bene senza concimi e diserbanti di sintesi viene scelta lì, nelle condizioni in cui dovrà vivere.
- Niente ingegneria genetica. Il DNA della pianta cambia solo come è sempre cambiato: attraverso l’incrocio fra piante e la scelta delle migliori.
Detto più semplicemente: si fanno incrociare due piante con qualità diverse, si piantano i loro semi e, anno dopo anno, si tengono solo quelli che rispondono meglio ai criteri per cui sono stati selezionati (come ad esempio un’elevata resistenza o tolleranza alle malattie). Per arrivare a una nuova varietà di grano servono parecchi anni.

C’è poi una differenza di metodo nel bio breeding portato avanti dalla Fondazione Seminare il Futuro: gli agricoltori non ricevono una varietà già pronta perché partecipano alla scelta. Nei campi di prova valutano le piante una per una e danno un punteggio alle caratteristiche che contano per il loro lavoro.
Chi è la Fondazione Seminare il Futuro
In Italia il bio breeding ha un punto di riferimento: la Fondazione Seminare il Futuro, un ente senza scopo di lucro costituito nel 2019, da un progetto di ricerca partito nel 2016. L’hanno fondata NaturaSì, la Cooperativa Gino Girolomoni, la Libera Fondazione Antroposofica Italiana Rudolf Steiner e la fondazione svizzera Fonds für Kulturpflanzenentwicklung. Fin dall’inizio vi collabora il genetista svizzero Peter Kunz, fondatore di un centro di selezione biologica dei cereali a Zurigo. La dirige la breeder Federica Bigongiali.
La Fondazione ha un campo catalogo al Centro di ricerche agro-ambientali «Enrico Avanzi» dell’Università di Pisa: centinaia di linee di cereali, del Mediterraneo e di altre parti del mondo, coltivate una accanto all’altra per osservarle e incrociarle.
Chi visita un campo catalogo se ne accorge a colpo d’occhio: file di grano di altezze, colori e portamenti diversi, una dopo l’altra.
Inizio e Prossimo: le prime varietà
La prima varietà nata da questo lavoro si chiama Inizio. È un grano duro, che la Fondazione presenta come il primo selezionato in Italia apposta per l’agricoltura biologica. È stata sviluppata con il CREA di Foggia, l’ente pubblico di ricerca agricola, a partire da incroci fra varietà moderne e varietà antiche del Mediterraneo. Oggi è iscritta al registro nazionale delle varietà e si semina su centinaia di ettari, ad opera di molti agricoltori soci della Cooperativa e di aziende agricole della filiera NaturaSì.

Secondo la Fondazione, Inizio ha le caratteristiche che servono a un campo biologico:
- è una pianta più alta, che fa ombra alle erbe infestanti e regge meglio la loro concorrenza;
- non si piega facilmente sotto il vento e la pioggia: gli agronomi dicono che resiste all’allettamento;
- ha radici sviluppate, che cercano acqua e nutrienti in profondità, e cresce anche senza concimi azotati;
- tollera bene i parassiti e le malattie più comuni dei cereali.
Accanto a Inizio c’è Prossimo, un secondo grano duro, selezionato anch’esso con il CREA di Foggia e iscritto al registro. Con la GZPK, no-profit svizzera che si occupa anch’essa di miglioramento genetico biologico di cereali, è in corso un altro progetto, su grano tenero e farro dicocco: le varietà non hanno ancora un nome.
Perché sono un’innovazione per il biologico
Fino a pochi anni fa, chi coltivava in biologico aveva due strade. Poteva seminare varietà antiche, adatte a campi senza chimica ma non sempre alle esigenze di oggi. Oppure poteva usare varietà moderne selezionate per l’agricoltura convenzionale, che rendono bene con concimi e trattamenti: cioè con gli aiuti che il biologico esclude. Mancava una terza strada, varietà moderne pensate fin dall’inizio per il metodo biologico. Inizio e Prossimo sono questo, e rispondono a due problemi concreti.
Il clima che cambia. Nessuno sa quali stagioni ci aspettano: più siccità, piogge improvvise, malattie nuove. Una varietà scelta osservandola per anni in campo aperto, in annate diverse e senza aiuti chimici, ha più probabilità di adattarsi. Ma nessuno, fra chi seleziona, la considera una soluzione da sola. Federica Bigongiali lo dice così:
«La genetica è uno strumento fondamentale, ma non è sufficiente da sola. La resilienza nasce da sistemi agricoli capaci di adattarsi nel loro insieme: suoli vivi, diversità varietale, rotazioni, relazioni ecologiche, conoscenze locali.»
— Federica Bigongiali, breeder, direttrice della Fondazione Seminare il Futuro
C’è infine un punto che chi seleziona tiene a chiarire: una varietà nuova non toglie nulla alla biodiversità agricola, la aumenta. «Anche una varietà selezionata oggi è biodiversità», scrive Bigongiali. «È nuova diversità genetica, creata per rispondere a condizioni attuali e a problemi che cambiano.»
NGT e TEA: cosa cambia con la legge europea
Negli stessi anni si è parlato molto di un’altra strada per ottenere piante nuove: le NGT, nuove tecniche genomiche, che in Italia si chiamano anche TEA, tecniche di evoluzione assistita. Ne fa parte il genome editing, di cui CRISPR è la tecnica più nota. Che vengano accostate al bio breeding è comprensibile, perché in entrambi i casi si parla di «migliorare» le piante. Ma il punto di partenza è opposto.
Le NGT intervengono direttamente sul DNA, in laboratorio: lo modificano in punti precisi, oppure vi inseriscono geni della stessa specie o di specie con cui la pianta potrebbe incrociarsi. Il bio breeding non tocca il DNA in laboratorio: lascia che cambi attraverso l’incrocio, e sceglie in campo.
Il 17 giugno 2026 l’Unione europea ha approvato il Regolamento (UE) 2026/1388 sulle piante ottenute con queste tecniche. Le sue regole si applicheranno fra circa due anni, ma sono già scritte.
- Le piante con poche modifiche, fino a 20, formano la categoria NGT-1 e sono trattate come le varietà convenzionali: nessuna valutazione del rischio caso per caso e nessuna etichetta sul cibo. Solo i semi devono riportare la scritta «NGT-1».
- Le altre, NGT-2, restano soggette alle regole sugli OGM, compresa l’etichetta.
- Nel biologico le NGT sono vietate, tutte e due le categorie.
- Sui brevetti il regolamento chiede trasparenza: chi registra una pianta NGT deve dichiarare i brevetti che la riguardano, in una banca dati pubblica. Non li vieta.
Le varietà tradizionali si proteggono con la privativa vegetale, che riconosce un diritto economico a chi le ha create ma lascia gli altri selezionatori liberi di usarle per nuovi incroci. Un brevetto su un tratto genetico, invece, può estendersi a tutte le piante che lo contengono. Bigongiali lo riassume così: «la privativa tutela un risultato, mentre il brevetto può recintare il processo stesso che genera diversità».
Giovanni Battista Girolomoni guarda alla stessa questione da chi trasforma il grano in pasta, e ricorda che suo padre Gino ha lottato tutta la vita «contro ogni forma di brevettabilità del vivente». Per lui il punto è la fiducia di chi compra:
«Senza tracciabilità e senza obblighi chiari di etichettatura lungo tutta la filiera, la libertà di scelta diventa teorica.»
— Giovanni Battista Girolomoni
Perché investire nei semi bio, adesso
Messi insieme, i pezzi compongono un quadro semplice. Arrivano piante NGT che il biologico non può usare e che, sul cibo, non saranno riconoscibili. E una parte della genetica vegetale può finire sotto brevetto.
Per il biologico, avere una propria filiera del seme — chi seleziona, chi moltiplica, chi semina — diventa la condizione per restare libero di scegliere cosa coltivare. Il movimento biologico europeo la chiama sovranità sementiera: il giorno stesso del voto, IFOAM Organics Europe, la federazione europea del biologico, ha avvertito che per proteggerla serviranno altre misure.
Il bio breeding è un lavoro lento: anni di incroci, di prove, di piante scartate. Ma resta aperto. Una varietà ottenuta così può diventare il punto di partenza della successiva, nelle mani di chiunque selezioni.
Due grani duri non bastano a cambiare un’agricoltura, e chi li ha selezionati è il primo a dirlo. Dimostrano però che una varietà moderna pensata per il biologico si può fare, in Italia, con i metodi di sempre. Il nome del primo, in fondo, lo dice già.

Seminare il futuro, a Montebello
Ogni anno, in ottobre, la Fondazione organizza Seminare il futuro, una giornata di semina collettiva aperta a tutti.
Domande frequenti
Il bio breeding è un OGM?
No. È un incrocio in biologico fra piante e selezione in campo per ottenere nuove varietà. Il DNA non viene modificato in laboratorio.
Che differenza c’è tra NGT e OGM?
Entrambi nascono da una modifica del DNA in laboratorio. Gli OGM tradizionali possono contenere geni di specie diverse; le NGT modificano il DNA in punti precisi o usano geni di specie compatibili. Per la legge europea le NGT-1, cioè le piante con poche modifiche (fino a 20), non sono trattate come OGM; le NGT-2 sì.
Cosa sono le TEA?
È il nome usato in Italia per le NGT: tecniche di evoluzione assistita. Indicano le stesse tecniche, come il genome editing.
Le NGT sono ammesse nel biologico?
No. Il Regolamento (UE) 2026/1388 le vieta nella produzione biologica.
I prodotti con NGT avranno un’etichetta?
Non tutti. Per le piante NGT-1 l’indicazione è obbligatoria solo sui semi. Per le NGT-2 valgono le regole sugli OGM, che prevedono l’etichetta anche sul cibo.
Cos’è il grano Inizio?
Un grano duro selezionato per l’agricoltura biologica dalla Fondazione Seminare il Futuro con il CREA di Foggia, iscritto al registro nazionale delle varietà.


